Velocizzare WordPress: 8 soluzioni alla prova su un sito vero

Abbiamo clonato un sito vero, con anni di contenuti e AdSense attivo, e lo abbiamo misurato in otto configurazioni con oltre settanta rilevazioni: i plugin di caching a confronto, i punteggi che mentono e la soluzione che ha vinto davvero.

Avete presente la scena? Leggete la recensione di un plugin per velocizzare WordPress. I punteggi sono spettacolari, i grafici tutti verdi, l’autore garantisce miracoli con due clic. Lo installate sul vostro sito e… non succede niente. O peggio: il punteggio resta mediocre, qualcosa si rompe e passate il pomeriggio a capire perché il menu non si apre più dal telefono.

Il trucco c’è, anche se non si vede: quasi tutti i test che trovate in rete vengono eseguiti su siti che non esistono. Installazioni fresche di giornata, tre plugin in croce, dieci immagini ottimizzate al grammo, zero pubblicità. Sono la versione da concessionaria dell’auto: lucida, profumata e con il serbatoio quasi vuoto. Il vostro sito, invece, è un’auto vera: anni di contenuti stratificati, immagini caricate da chi bada alla qualità e non ai kilobyte, un tema commerciale pieno di funzioni e, se il sito deve anche rendere qualcosa, la pubblicità di AdSense con tutto il suo carico di script.

Per questo abbiamo deciso di fare il contrario: abbiamo preso un sito reale, con tutti i suoi peccati, e lo abbiamo usato come banco di prova. Niente installazione dimostrativa: un sito attivo da anni, con una redazione di più persone concentrate sui contenuti, decine di plugin accumulati nel tempo e AdSense volutamente lasciato acceso. Su un clone di questo sito abbiamo messo alla prova otto configurazioni diverse: dal server nudo e crudo ai plugin di caching gratuiti più famosi, fino alle soluzioni a pagamento e alle loro combinazioni. Ogni configurazione è stata misurata con tre strumenti (PageSpeed Insights, GTmetrix e Pingdom) e ogni misurazione è stata ripetuta tre volte, perché un test singolo, come vedrete, può mentire spudoratamente.

Vi anticipiamo subito che i risultati ci hanno sorpreso, e non sempre in senso buono. Abbiamo visto plugin di caching che velocizzano davvero il server e contemporaneamente peggiorano il punteggio mobile. Abbiamo visto un voto 94 che, a guardarlo da vicino, descrive una pagina che nessun utente vedrà mai. E abbiamo visto la stessa identica configurazione passare da un punteggio dignitoso a un 15 catastrofico nel giro di un minuto, senza che nessuno avesse toccato nulla. No, non sono errori di misura: sono il comportamento normale di un sito vero, ed è esattamente quello che succederebbe anche al vostro.

Alla fine di questo articolo saprete quale soluzione ha vinto sul nostro caso e perché. Ma soprattutto, speriamo, avrete imparato a guardare quei punteggi con l’occhio giusto: sono strumenti utili, non oracoli. E come tutti gli strumenti, bisogna sapere cosa misurano davvero prima di fidarsi.

Cosa troverete in questo articolo

Per chi ha fretta, ecco la mappa. Abbiamo clonato un sito WordPress reale (ve lo presentiamo nel dettaglio tra poco) e lo abbiamo misurato in otto configurazioni: nessuna ottimizzazione, server ottimizzato, i plugin di caching gratuiti più diffusi, gli strumenti di ottimizzazione inclusi nel tema, una soluzione a pagamento e una combinazione delle ultime due. Ogni configurazione è stata prima collaudata a mano, perché per noi vale una regola semplice: se qualcosa si rompe, il punteggio non conta. Poi è stata misurata con tre strumenti, tre volte ciascuno, per un totale di oltre settanta rilevazioni. Nei capitoli che seguono trovate il metodo che abbiamo usato (con i suoi limiti, dichiarati), il sito che ha fatto da cavia, tutti i dati raccolti, e le nostre conclusioni: cosa installare, cosa evitare e, soprattutto, quanto fidarvi dei punteggi.

WordPress lento? Test su un sito reale

Come abbiamo fatto i test (e cosa abbiamo deciso di non fare)

Prima dei numeri, il metodo. Ve lo raccontiamo nel dettaglio per un motivo preciso: i risultati di un test valgono esattamente quanto le condizioni in cui è stato eseguito. E, come vedrete, alcune di queste condizioni le abbiamo scelte apposta controcorrente.

Il clone

Tutti i test sono stati eseguiti nel giugno 2026 su una copia esatta del sito, clonata dal dominio principale a un sottodominio di prova sullo stesso server. Stesso tema, stessi contenuti, stesso database, stessa macchina: cambia solo l’indirizzo. Il clone è bloccato dall’indicizzazione (un noindex, per non creare contenuti duplicati e non disturbare il sito vero), e questo ha un effetto collaterale da dichiarare: i punteggi SEO riportati dagli strumenti di test sul clone sono privi di significato, e infatti li abbiamo ignorati. Prima di iniziare abbiamo rimosso ogni plugin di ottimizzazione e ripulito i residui, in modo da partire da una fotografia fedele del sito così com’è, senza cure in corso. Tutte le misurazioni riguardano la home page, e non è una scelta di comodo: in un sito ricco di contenuti la home è tipicamente la pagina più pesante e complessa, con decine di immagini e centinaia di link. Abbiamo testato lo scenario peggiore, di proposito.

La regola del fail

Prima ancora di misurare, abbiamo fissato una regola: se una configurazione rompe qualcosa, è squalificata, qualunque sia il suo punteggio. Un sito velocissimo in cui non funziona il menu, non parte il modulo di contatto o non si vede la pubblicità non è un sito ottimizzato: è un sito rotto che si carica in fretta. Per questo ogni configurazione è stata collaudata a mano prima dei test, con browser diversi (Chrome, Firefox, Edge, Opera, Brave), in finestra anonima e da telefono.

La regola non è rimasta teorica: durante la configurazione di una delle soluzioni a pagamento il menu mobile ha smesso di funzionare. Colpa nostra, a voler essere onesti: avevamo lasciato attivo il lazy-load del plugin quando la documentazione del tema dice esplicitamente di disattivarlo, perché il tema ha già il suo. Dieci minuti per scoprirlo, un’opzione da spegnere, e una lezione gratis che vi giriamo: se il vostro tema ha una guida dedicata al plugin di caching, leggetela prima.

Tre strumenti, tre ripetizioni

Ogni configurazione è stata misurata con tre strumenti: PageSpeed Insights (mobile e desktop), GTmetrix e Pingdom. E ogni misurazione è stata ripetuta tre volte, perché su un sito con pubblicità i numeri ballano da un passaggio all’altro, e un test singolo può raccontare una storia sbagliata. Nelle tabelle che troverete più avanti riportiamo le mediane; i dati grezzi li abbiamo conservati tutti, comprese le esportazioni complete di Pingdom.

Un limite da dichiarare subito: i tre strumenti misurano da luoghi diversi (GTmetrix da Seattle, Pingdom da Francoforte, PageSpeed Insights da una connessione mobile simulata) e con metodi diversi. Per questo nell’articolo non confronteremo mai il numero di uno strumento con quello di un altro: ogni strumento va confrontato solo con sé stesso, prima e dopo. Vi accorgerete che già così le sorprese non mancano.

Cache calda e pulizia tra un test e l’altro

Due dettagli di igiene dei test che nei confronti pubblicati non si leggono quasi mai. Primo: prima di ogni batteria di misurazioni abbiamo visitato la home, in modo che gli eventuali sistemi di cache avessero già generato la loro copia (si misura la cache “calda”, che è la condizione in cui si troverà la stragrande maggioranza dei visitatori reali). Secondo: nel passaggio da un plugin al successivo abbiamo sempre disinstallato e cancellato il precedente, svuotato le cartelle di cache, controllato il file .htaccess ed eliminato i file residui che questi plugin si lasciano dietro. Sembra pignoleria, ma un residuo dimenticato basta a falsare tutti i test successivi.

Le scelte controcorrente

Infine, le decisioni prese apposta, che qualcuno potrebbe contestarci e che preferiamo dichiarare noi per primi. AdSense è rimasto acceso per tutta la durata dei test: la pubblicità rallenta, sporca le misure e rende i risultati meno riproducibili, ed è esattamente per questo che l’abbiamo tenuta, perché sul vostro sito ci sarà anche lei. La cache di pagina del server è rimasta spenta: il nostro pannello permetterebbe di attivare il caching di nginx con un clic, ma avrebbe fatto da doppione ai plugin sotto esame e non avremmo più capito i meriti di nessuno. E tra le soluzioni testate ce ne sono di gratuite e a pagamento: non è un confronto del tutto alla pari, lo sappiamo, e nel capitolo finale ne terremo conto quando si tratterà di consigliare.

Il paziente: anatomia di un sito vero

Il sito che ha fatto da cavia è lasecondaguerramondiale.org, un progetto editoriale dedicato alla storia della seconda guerra mondiale che gestiamo da anni. È un sito pubblico e attivo: potete visitarlo adesso e vedere con i vostri occhi com’è fatto. Ma l’aspetto è la parte meno interessante; quello che lo rende un caso di studio perfetto è la sua storia, che assomiglia alla storia di moltissimi siti italiani.

Il sito è nato su Joomla ed è stato migrato a WordPress anni fa. Della vita precedente conserva un’eredità concreta: i plugin che hanno gestito la migrazione sono ancora attivi, perché si occupano dei redirect 301 dai vecchi indirizzi Joomla a quelli attuali. Qualcuno storcerà il naso, e invece è una scelta corretta: quei vecchi indirizzi hanno ancora link in giro per la rete, e buttarli significherebbe regalare errori 404 ai visitatori e bruciare valore SEO accumulato in anni. È il primo esempio di un tema che ritroverete in tutto l’articolo: nei siti veri ogni plugin ha una sua ragione, e non sempre è una ragione sbagliata.

La redazione è composta da più persone, tutte concentrate su quello che conta davvero: i contenuti. Quando pubblicano un articolo scelgono le immagini più belle che trovano, non le più leggere; nessuno di loro passa le serate su PageSpeed Insights, e fa bene così, perché il loro mestiere è scrivere di battaglie e di aerei, non ottimizzare i kilobyte. Il tema è Soledad, un tema commerciale molto diffuso e molto ricco: mega menu, slider, layout sofisticati. E naturalmente c’è AdSense, perché il sito deve anche contribuire a pagarsi le spese.

Poi ci sono i plugin: al momento dei test ne risultavano attivi ventinove, senza contare quelli di ottimizzazione che avremmo installato e rimosso uno alla volta. Una trentina di plugin sembra un’enormità, ma vi invitiamo a contare i vostri prima di sorridere: è una quantità del tutto normale per un sito con qualche anno di vita. E soprattutto, scorrendo la lista, si fatica a trovare il colpevole da eliminare: ci sono i plugin SEO (Rank Math con la sua estensione Pro), la ricerca interna potenziata di Relevanssi, due plugin per le gallerie fotografiche (NextGEN, su un sito storico-fotografico più che giustificato), i moduli di contatto con il loro anti-spam, tre generazioni di strumenti per costruire pagine che convivono (Elementor, Spectra, la suite Toolset per i contenuti strutturati: schede di aerei, navi e carri armati), la sicurezza, le statistiche di Matomo, gli accessori del tema e, appunto, i quattro moduli della migrazione da Joomla. Scelte ragionevoli, stratificate nel tempo, ciascuna col suo piccolo costo.

plugin attivi

Ed ecco la fotografia del paziente prima di qualsiasi cura, con i numeri che contano: la home pesa circa 3,4 MB e genera 142 richieste, ma soprattutto il server impiega circa 4 secondi a generare la pagina. Quattro secondi prima che il browser riceva il primo byte di HTML, quando la soglia che Google considera buona è di 0,8 secondi: noi siamo cinque volte oltre. Tenete a mente questo numero: è il vero protagonista dei prossimi capitoli, e capire da dove viene (e cosa lo cura davvero) vale più di qualsiasi punteggio.

Le otto configurazioni in gara

Ecco le otto configurazioni che abbiamo misurato, nell’ordine in cui le abbiamo testate. Ricordiamo la regola del gioco: una alla volta, con pulizia completa tra l’una e l’altra, e collaudo funzionale prima di ogni misurazione. Per ciascuna dichiariamo costo e impostazioni usate, così sapete esattamente cosa stiamo confrontando.

1. La base: il sito così com’era

Il punto di partenza: nessun plugin di ottimizzazione, server con la configurazione di hosting che abbiamo trovato. Non è un server scadente, per inciso: PHP 8.4 con FPM e OPcache attivo, compressione gzip funzionante. È il sito “normale”, quello che la redazione usa tutti i giorni. Unico particolare fuori standard: il sito ha un giga di memoria dedicata, una configurazione generosa.

2. Server ottimizzato

Stesso sito, zero plugin, ma con gli interventi che si possono fare dal pannello del server (nel nostro caso Plesk): nginx in modalità proxy davanti ad Apache, file statici serviti direttamente da nginx, direttive di compressione affinate. Come spiegato nel capitolo sul metodo, la cache di pagina di nginx è rimasta volutamente spenta. Questa configurazione risponde a una domanda che ci sentiamo fare spesso: “non basta sistemare il server?”.

3. WP Rocket

A pagamento: 59 dollari l’anno per la licenza singola, nessuna versione gratuita. È il plugin di caching premium più famoso in circolazione: cache di pagina, ottimizzazione di CSS e JavaScript, rinvio degli script alla prima interazione dell’utente, il tutto con una configurazione quasi automatica. L’abbiamo configurato seguendo la guida ufficiale di Soledad, che dedica una pagina proprio a questo plugin; è qui che abbiamo disattivato il suo lazy-load, come da istruzioni del tema.

4. Gli strumenti inclusi nel tema: la coppia Penci

Soledad è un tema a pagamento (59 dollari una tantum) e include due plugin di ottimizzazione di casa PenciDesign: Penci PageSpeed Optimizer e Penci Shortcodes & Performance. Per chi possiede il tema sono a costo zero, ed è la prima domanda che un utente Soledad dovrebbe farsi: “prima di installare altro, cosa mi dà quello che ho già?”. Lavorano sugli asset (CSS, JavaScript, font) e sul rinvio degli script, pubblicità compresa; non includono una cache di pagina, e questo dettaglio, vedrete, conterà parecchio.

5. WP Super Cache

Gratuito, sviluppato da Automattic (la casa madre di WordPress.com), più di un milione di installazioni attive. Fa una cosa sola, la più classica: la cache di pagina. L’abbiamo configurato con le impostazioni consigliate dal plugin stesso, senza che fosse necessario alcun adattamento per Soledad.

6. W3 Total Cache

Gratuito nella versione che abbiamo testato (esiste una versione Pro). È il coltellino svizzero della categoria: cache di pagina, di database, di oggetti, minificazione, CDN, con una quantità di opzioni che può intimidire. Proprio per questo l’abbiamo testato con le impostazioni di default: è la condizione in cui si troverà l’utente non tecnico che lo installa e lo attiva, ed è il pubblico a cui questo articolo si rivolge. 900.000 installazioni attive al momento della recensione.

7. WP Fastest Cache

Gratuito (anche qui con versione premium opzionale), oltre un milione di installazioni, ha la reputazione del plugin semplice che funziona da solo. Configurato con le impostazioni consigliate, anche in questo caso senza necessità di ritocchi per il tema.

8. La combo: WP Rocket + Penci

L’ottava configurazione è quella che la stessa documentazione di Soledad suggerisce: WP Rocket per la cache di pagina, i plugin Penci per il resto. Lo diciamo subito, in nome dell’onestà che ci siamo promessi: questa combinazione non gioca alla pari con le altre, perché somma due prodotti a pagamento (il tema e il plugin). L’abbiamo inclusa perché il senso del test era misurare un caso reale, e per un sito costruito su Soledad questa è la strada che il produttore stesso indica.

I risultati: quattro storie che non ci aspettavamo

Ecco la tabella riassuntiva. Ogni valore è la mediana di tre misurazioni; ricordate la regola del capitolo sul metodo: confrontate ogni colonna solo con sé stessa, mai uno strumento con l’altro.

ConfigurazionePSI MobilePSI DesktopGTmetrixLoad time (Pingdom)Peso paginaRichieste
1. Base568042%5,68 s3,41 MB142
2. Server ottimizzato598144%5,87 s3,40 MB142
3. WP Rocket849985%0,44 s0,39 MB11
4. Penci (strumenti del tema)94 *93 *58%4,39 s0,29 MB30
5. WP Super Cache519270%1,65 s3,60 MB142
6. W3 Total Cache549266%1,61 s3,20 MB142
7. WP Fastest Cache397552%1,80 s3,01 MB128
8. WP Rocket + Penci9810096%0,33 s0,26 MB4

Mediane di tre misurazioni per strumento e configurazione, giugno 2026. Peso pagina e richieste rilevati da Pingdom. © Supero ltd. Punteggio da prendere con le pinze: capirete perché nella terza storia.

A prima vista la classifica sembra scritta: vince la combo, seguita da WP Rocket. Ma questa tabella contiene almeno quattro storie che meritano di essere raccontate, perché ribaltano parecchie convinzioni diffuse. Procediamo con ordine.

Prima storia: ottimizzare il server non è servito (quasi) a niente

Confrontate le righe 1 e 2: sono statisticamente indistinguibili. Nginx davanti ad Apache, file statici serviti in modo più efficiente, compressione rifinita: tutto giusto, tutto inutile. Il motivo è semplice e istruttivo: il collo di bottiglia di questo sito sono i 4 secondi che WordPress impiega a generare la pagina, cioè PHP che esegue il tema e i ventinove plugin e interroga il database. Le ottimizzazioni del pannello lavorano tutte attorno a quella generazione, mai dentro: è come potenziare il servizio in sala quando il ritardo è in cucina. I piatti arrivano al tavolo più in fretta, ma dalla cucina continuano a uscire dopo 4 secondi.

La controprova è nelle righe successive: appena entra in gioco una cache di pagina qualsiasi, che evita di rigenerare la pagina a ogni visita, il tempo di risposta del server crolla da 4 secondi a poche decine di millisecondi. La lezione, se il vostro sito è lento, è di chiedersi prima di tutto dove è lento: su un server già decentemente configurato, smanettare con le opzioni del pannello non recupera un TTFB del genere, perché quel tempo è WordPress, non la macchina.

Seconda storia: i plugin di caching funzionano, e il voto mobile peggiora

Ed eccoci al risultato più controintuitivo dell’intero test. Super Cache, W3 Total Cache e Fastest Cache fanno esattamente il loro mestiere: il load time misurato da Pingdom passa da quasi 6 secondi a 1,6-1,8, e il tempo di risposta del server da 4 secondi a pochi centesimi. Eppure guardate la colonna PSI Mobile: 51, 54 e 39, tutti sotto il 56 della baseline. Il sito è oggettivamente più veloce e il punteggio mobile è peggiorato. Come è possibile?

render delay logo

Siamo andati a vedere, e la risposta è nei dettagli del report che quasi nessuno apre. L’elemento su cui PSI cronometra l’LCP è il logo del sito, e il suo ritardo non sta nel caricamento ma nel rendering: una volta tolto il tappo del server lento, le 142 richieste della pagina (pubblicità in testa) si riversano tutte insieme sul povero telefono simulato da Google, che si ritrova il processore occupato per oltre 8 secondi a masticare JavaScript. Prima l’ingorgo era a monte, in cucina; adesso è a valle, sul dispositivo. Il caching ha spostato il problema, non l’ha risolto: su un sito con questo carico di script, la cache di pagina da sola non basta.

E c’è un colpo di scena nel colpo di scena. Durante una verifica successiva abbiamo rilanciato PSI sulla stessa identica configurazione con Super Cache: voto 15. Quindici. Poche ore prima, nove misurazioni della stessa configurazione avevano dato CLS pari a zero; in quella rilevazione il CLS era 0,536, perché l’asta pubblicitaria aveva deciso di piazzare un annuncio in cima alla pagina, spingendo in giù l’intero sito. Stesso sito, stesso plugin, stessa cache: da 51 a 15 per colpa di una creatività pubblicitaria capitata nel momento sbagliato. Se vi serviva una prova che un singolo test non significa nulla, eccola.

Terza storia: il punteggio fantasma

Veniamo all’asterisco della tabella. Gli strumenti Penci inclusi nel tema hanno totalizzato un bellissimo 94 su PSI Mobile, terzo posto assoluto. Peccato che, sulla stessa configurazione, GTmetrix misurasse un LCP di quasi 5 secondi e Pingdom un load time di 4,4: per gli altri due strumenti il sito era rimasto lento. Qualcuno mente. E le due versioni sono fisicamente inconciliabili: PSI dichiarava il primo elemento visibile dopo 1,1 secondi su un server che, come abbiamo verificato interrogandolo direttamente durante i test, impiegava 3-4 secondi anche solo a iniziare a rispondere. Non puoi dipingere il primo pixel prima che arrivi il primo byte, così come la pizza non arriva al tavolo prima di uscire dal forno.

La spiegazione sta in come lavorano i due strumenti. PSI non osserva un caricamento su connessione lenta: lo stima, caricando la pagina velocemente e poi calcolando con un modello matematico come “andrebbe” su una rete mobile. GTmetrix invece osserva un caricamento reale. Con una pagina anomala come quella prodotta da Penci (pochissime richieste, tutto rimandato, server lentissimo) il modello di PSI perde la bussola, al punto che nel dettaglio del report dichiarava un tempo di risposta del server di 0 millisecondi. Zero. E c’è di più: la pagina che Lighthouse fotografava non era il sito, ma un elenco di link senza stili, tanto che l’elemento “più grande” su cui cronometrare l’LCP risultava essere una voce di menu. Sui browser veri, lo precisiamo, il sito si vedeva perfettamente: l’abbiamo collaudato su cinque browser e da telefono. Ma il robot in quel momento vedeva un’altra cosa, e su quell’altra cosa ha assegnato il voto.

psi 2

psi 1

Morale: per questa configurazione i numeri attendibili sono quelli di GTmetrix e Pingdom, e dicono una cosa sensata. La coppia Penci fa bene il suo lavoro sugli asset (la pagina scende a 0,29 MB e 30 richieste, un dimagrimento notevole), ma non avendo una cache di pagina non può curare i 4 secondi del server. Strumenti utili, punteggio fantasma.

Quarta storia: i vincitori, letti con attenzione

Restano i vincitori, e qui i numeri sono solidi: per WP Rocket e per la combo i tre strumenti raccontano finalmente la stessa storia. Cache di pagina che azzera il problema del server, load time sotto il mezzo secondo, punteggi eccellenti ovunque. La combo suggerita dalla documentazione di Soledad, in particolare, è quasi imbarazzante: 0,33 secondi e 98 su mobile.

Però guardate l’ultima colonna della tabella, quella che nessun confronto pubblica mai: le richieste. La pagina base ne fa 142 per 3,41 MB; con WP Rocket diventano 11; con la combo 4 richieste per 0,26 MB. Quattro. Dove sono finiti gli altri 3 MB abbondanti e le altre 138 richieste? Non sono state eliminate: sono state rimandate alla prima interazione dell’utente, pubblicità di AdSense compresa (10 richieste pubblicitarie nella baseline, zero qui). E siccome gli strumenti di test non interagiscono mai con la pagina, misurano un sito alleggerito di tutto ciò che i vostri visitatori, invece, prima o poi caricheranno: appena scorrono, toccano o muovono il mouse, arriva il resto.

Sia chiaro: non è un imbroglio, è il funzionamento dichiarato di questi plugin, e una parte del beneficio è autentica (il primo elemento della pagina arriva davvero prima, e la cache di pagina è un guadagno vero per chiunque). Ma va detto con onestà: una parte di quei punteggi stellari non misura un sito più veloce, misura un sito che ha imparato a non farsi vedere dal cronometro. Tenetelo a mente per il prossimo capitolo.

Cosa misurano davvero questi strumenti

Dopo quattro storie come quelle del capitolo precedente, la tentazione è concludere che questi strumenti siano rotti. Non lo sono: sono strumenti seri, utilissimi, e ce ne siamo serviti per tutto il test. Il punto è un altro: ciascuno misura una cosa precisa, in condizioni precise, e i guai cominciano quando si scambia quella cosa per “la velocità del sito”. Vale la pena di capire le tre trappole principali, perché ci si cascano tutti.

Laboratorio non è mondo reale

Il punteggio di PageSpeed Insights è un dato di laboratorio: una visita singola, simulata, con un telefono di fascia media e una connessione lenta, senza interazione. I vostri utenti veri hanno telefoni diversi, reti diverse, abitudini diverse. E qui c’è il dettaglio che pochi conoscono: per il posizionamento Google non usa quel punteggio. Usa i Core Web Vitals misurati sul campo, cioè raccolti dagli utenti reali di Chrome che visitano il vostro sito (li vedete nella parte alta dei report PSI, quando ci sono abbastanza dati). Inseguire il 100 del laboratorio significa inseguire un numero che nemmeno Google guarda per il ranking: è il termometro, non la febbre.

what your real users are experiencing

Chi stima e chi osserva

Seconda trappola, quella del punteggio fantasma: non tutti gli strumenti misurano allo stesso modo. PSI stima: carica la pagina su una connessione veloce e poi calcola con un modello matematico come andrebbe su una rete mobile lenta. GTmetrix osserva: esegue un caricamento reale e cronometra quello. Nella maggior parte dei casi i due metodi convergono; nei casi anomali, come abbiamo visto, il modello può perdere la bussola fino a dichiarare un server che risponde in 0 millisecondi. Aggiungete che ogni strumento misura da un posto diverso del mondo, e la regola pratica diventa una sola: confrontate ogni strumento solo con sé stesso, prima e dopo una modifica, e se due strumenti vi raccontano storie inconciliabili non scegliete quella che vi piace di più: indagate, perché lì sotto c’è sempre qualcosa da imparare.

Il cronometro non scorre la pagina

Terza trappola: gli strumenti di test non interagiscono mai con la pagina. Non scorrono, non toccano, non muovono il mouse. Tutto ciò che un plugin rimanda alla prima interazione (script, pubblicità, widget) per il cronometro semplicemente non esiste, e il punteggio premia il rinvio come fosse una dieta, quando spesso è solo cena spostata a dopo mezzanotte. Anche per questo un test singolo vale poco: tra le creatività pubblicitarie che cambiano a ogni passaggio (la nostra escursione da 51 a 15 insegna) e le condizioni del momento, la singola misurazione è un’istantanea, non un giudizio. Misurate almeno tre volte, ragionate sulla mediana, e quando un numero vi stupisce aprite i dettagli del report: l’elemento LCP, le voci dei ritardi, i colpevoli dei layout shift. È lì che abbiamo trovato tutte le risposte di questo articolo, mai nel punteggio grande in cima alla pagina.

Allora, cosa installo?

Arriviamo alla domanda per cui probabilmente avete aperto l’articolo. La risposta onesta è: dipende da chi siete, e ve la diamo per profili, ricordando il criterio dichiarato all’inizio: tutte le configurazioni arrivate in classifica hanno superato il collaudo funzionale, perché un sito veloce e rotto resta un sito rotto.

Se il vostro sito usa Soledad, la strada l’ha già indicata il produttore e i nostri numeri la confermano: WP Rocket configurato secondo la guida del tema, insieme agli strumenti Penci che avete già. Sul nostro caso è stata la configurazione migliore su tutta la linea, con i tre strumenti finalmente d’accordo. Il conto economico, però, fatelo a occhi aperti: il tema lo avete già pagato, WP Rocket sono 59 dollari ogni anno. Una combinazione che non abbiamo testato, e lo ammettiamo, è quella dei plugin Penci insieme a un plugin di caching gratuito: sulla carta ha senso, magari sarà materiale per un prossimo articolo.

Se volete spendere zero, WP Super Cache o W3 Total Cache fanno un lavoro vero: nel nostro test hanno tagliato il tempo di caricamento da quasi 6 secondi a 1,6, che per i vostri visitatori è una differenza enorme. Tra i due, Super Cache è più semplice e fa una cosa sola, W3TC offre molto di più a patto di volerci mettere le mani. Non aspettatevi però miracoli nel punteggio mobile se il vostro sito ha la pubblicità: come avete visto, quella partita si gioca altrove. WP Fastest Cache, che pure ha ottima fama, sul nostro sito è stato il meno brillante del terzetto; non lo bocciamo, ma i numeri sono numeri.

Se potete spendere 59 dollari l’anno e non usate Soledad, WP Rocket da solo è stato il miglior acquisto del test: guadagni reali sul server, guadagni sui punteggi, configurazione quasi automatica. È l’unico plugin del lotto per cui non abbiamo dovuto consultare un forum.

Se non avete pubblicità, rallegratevi: una parte consistente dei problemi raccontati in questo articolo non vi riguarda, e con ogni probabilità i vostri risultati saranno migliori dei nostri in tutte le configurazioni.

Un’ultima questione, per chi di AdSense ci vive: quasi tutti i punteggi migliori di questo test si ottengono rimandando la pubblicità alla prima interazione dell’utente. Funziona, il punteggio ringrazia, ma è una decisione di business prima che tecnica: pubblicità caricata dopo può voler dire impressioni in meno, e quindi ricavi in meno. Misurate l’effetto sul vostro traffico prima di innamorarvi del punteggio, perché un sito che vola ma non mostra più gli annunci non è un sito ottimizzato: è un sito che produce reddito meno velocemente di prima.

Conclusioni (e un consiglio non richiesto)

La configurazione migliore, sul nostro caso, è stata la combinazione suggerita dal tema. Ma il corsivo è la parte importante della frase: il vostro sito ha un altro tema, un altro hosting, altri plugin, forse niente pubblicità o forse un WooCommerce di mezzo, e i suoi numeri saranno diversi dai nostri. Quello che potete portarvi via da questo articolo non è una classifica da copiare: è un metodo. Misurate prima, cambiate una cosa alla volta, ripetete le misure, collaudate che tutto funzioni, e diffidate dei numeri troppo belli, perché ormai sapete dove guardare.

E poi il consiglio non richiesto, maturato in 13+ ore di test e qualche serata di verifiche. I punteggi hanno un difetto sottile: sono facili da capire. Chiunque capisce che 99 è meglio di 56, e proprio per questo rischiano di diventare una droga: si comincia per sistemare un sito lento e ci si ritrova risucchiati in una spirale di ottimizzazione senza fine, a caccia di punti che i vostri lettori non noteranno mai, mentre il tempo per scrivere contenuti (che restano il fattore che conta davvero) se ne va in test e ritest. Velocizzate il sito, sì: i vostri utenti lo meritano e i 4 secondi del nostro paziente erano oggettivamente troppi. Ma non diventate schiavi del punteggio. Il termometro serve a curare la febbre, non a vincere le gare di termometri.

Se invece il vostro sito di problemi ne ha davvero e preferite che a indagare sia qualcuno che lo fa di mestiere, sapete dove trovarci: le diagnosi ci divertono ancora, come forse si è capito.

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